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Sciafila ... si fa per dire di Maurizio Gazzaniga

Sciafila, dal greco skià amante dell'ombra.

Tecnicamente e più correttamente bisognerebbe forse dire eliofobo, ossia essere che predilige i luoghi ombrosi e con illuminazione scarsa e/o di modesta entità anche se, come vedremo, non è nemmeno del tutto corretto porre la questione in questi termini se non per un numero molto ristretto di specie.

Proviamo a vedere il perché.

 

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Acquario con sciafile.

 

Com'è ampiamente noto le piante sono in grado di sfruttare l'energia radiante per trasformare molecole semplici come CO2 ed H2O in molecole organiche complesse utili ai fini della loro stessa sopravvivenza:

3CO2 + 6H2O + luce  ------>  C3H6O3 + 3O2 + 3H2O

Sebbene l'equazione venga quasi sempre scritta, come anche qui è stato fatto, in realtà solo una quantità estremamente ridotta di glucosio viene prodotta dalle cellule che fotosintetizzano.

I primi carboidrati a formarsi sono, infatti, triosi ovvero zuccheri a 3 atomi di carbonio.

Ma al di la di questa che può apparire come una sottigliezza va sottolineato come le piante, nel corso della loro storia evolutiva, siano state capaci di adottare svariate strategie per cercare di sfruttare al meglio quel 5% di radiazione luminosa utile ai fini del processo fotosintetico e che sappiamo essere compresa tra i 400 ed i 700 nm.

 

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Epidermide con cloroplasti in Microsorum pteropus. Ingrandimento 400x

 

Dato il nostro comune interesse verso le piante coltivabili in acquario, il primo aspetto che crediamo si debba considerare è la differenza che si può ravvisare in foglie acclimatatesi alla condizione emersa rispetto a quelle acclimatatesi ad una condizione sommersa; differenza che in certi casi può essere davvero notevole.

Lo sa bene chi ha avuto modo di acquistare ad esempio piante di Echinodorus con foglie dal tipico aspetto largo-ovale che, una volta sommerse, hanno incominciato a produrne dall'aspetto nastriforme e dunque molto differenti.

Nelle foglie sommerse in un'epidermide priva di stomi si registra la presenza di grosse cellule allungate con un abbondante contenuto d'acqua e dunque con un alto valore di pressione di turgore.

Di contro nelle foglie emerse si ha perdita d'acqua sotto forma di vapore attraverso gli stomi e dunque una bassa pressione di turgore. Perciò, alla pressione di turgore, dobbiamo attribuire per prima cosa le differenze morfologiche così marcate che a volte si possono osservare tra foglie sviluppatesi in ambiente aereo rispetto a quelle sviluppatesi in ambiente acquatico.

 

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Stoma dell'epidermide di foglia di Echinodorus sp. Ingrandimento 400x

 

Anche la luce, tuttavia, può essere responsabile nel definire morfologicamente una foglia. Si possono così osservare strutture fogliari parecchio differenti a seconda che si ponga l'attenzione su piante coltivate con un' intensità luminosa alta piuttosto che bassa

Le foglie eliofile, rispetto a quelle sciafile, sono in genere strutturate con steli sottili e foglie minute, hanno un maggior spessore a seguito di un maggiore sviluppo del parenchima a palizzata, un sistema conduttore più sviluppato, pareti delle cellule epidermiche con un maggiore spessore e per ultimo cellule del mesofillo con una maggiore area di superficie interna rispetto a quella della lamina.

La ragione di tali differenze va ricercata proprio nella necessità, come si è detto, da parte della pianta di sfruttare la radiazione luminosa disponibile con la massima efficienza possibile.

Nelle moderne serre di coltura tutte le piante vengono coltivate in condizioni molto diverse da quelle che si troveranno ad affrontare nelle nostre vasche. Per ovvie esigenze di mercato una plantula deve, infatti, crescere sana, bella e soprattutto velocemente.

Ecco quindi che le originarie condizioni di habitat naturale non sempre vengono replicate in coltura ma, al contrario, spesso vengono radicalmente modificate.

La coltivazione in serra avviene generalmente in condizione semiemersa [il "piede" della pianta viene mantenuto in acqua, mentre la parte aerea no] in presenza di illuminazione diffusa ed intensa e con umidità ambientale pari al 100%. In queste condizioni le piante sono sollecitate a produrre foglie eliofile. Ciò avviene anche in specie appartenenti a generi come Cryptocorine ed Anubias che non sono certo considerate piante da piena luce.

Giunte in acquario alcune sciafile [Cryptocorine, Bolbitis, etc ...] mutano radicalmente il loro aspetto.

Se le condizioni ambientali sono favorevoli, accestiscono con foglie sempre più ampie e piccioli più lunghi, esattamente come accade in natura dove, come sappiamo, ben poche piante si comportano come vere e proprie acquatiche preferendo alla vita completamente sommersa quella di semiemersione durante i periodi di acque basse o siccitosi.

Tradizionalmente siamo abituati a considerare le sciafile come piante da contorno, quasi mai protagoniste, proprio a causa della loro [a volte solo presunta] fobia per forti irradiazioni luminose.

Benché in natura non sia singolare trovare distese di Cryptocorine o fitti cespugli di Anubias in luoghi tutt'altro che ombreggiati, in acquario siamo sempre indotti a pianificare la distribuzione di queste piante solo nelle zone meno illuminate della vasca.

Se ciò può essere, almeno in parte, considerato vero per specie del genere Anubias, lo stesso non può dirsi rigorosamente per altre specie da sempre ritenute poco amanti di forti intensità luminose.

Alcuni  allestimenti ZEN ci dimostrano, infatti, l'esatto contrario dell'assunto secondo cui una sciafila deve per forza di cose svilupparsi in condizioni di bassa illuminazione.

In questi casi rimaniamo quantomeno perplessi nel trovare sciafile in piena luce ed in perfetto rigoglio.

Chi vi scrive ha potuto verificare sul campo, con risultati tutt'altro che deludenti, questa che può apparire come una  singolarità ma che in realtà è una normale risposta che si può verificare un po' in tutte le specie, dagli alberi alle piante erbacee.

Per circa un anno, è stata condotta una coltura di sciafile sotto forte irradiazione luminosa, assistendo a significative variazioni di carattere morfologico attribuibili alla forte illuminazione.

Si tratta di due cespugli di piante del genere Cryptocorine [Cryptocorine willisii "lucens" e Cryptocorine wendtii brown Tropica] in cui sono risultati evidenti le alterazioni venutesi a determinare quale diretta conseguenza dell'acclimatamento alla particolare condizione in cui le specie in questione sono state sottoposte.

 

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Sotto un'illuminazione decisamente intensa [4 t5 x 24w, 6500K], le sciafile sono rimaste tali solo di nome perché di fatto hanno iniziato a comportarsi esattamente come delle eliofile adottando tutta una serie di cambiamenti di carattere istologico e morfologico che hanno consentito a loro di sfruttare al meglio la radiazione luminosa a cui venivano sottoposte.

In ambedue gli esemplari in osservazione, la struttura complessiva delle foglie è mutata radicalmente pur avendo mantenuto la forma originaria.

Cryptocorine willisii ha assottigliato la pagina fogliare, che nel contempo ha assunto una colorazione brunastra con apici  appuntiti [al tatto la pianta sembrava particolarmente coriacea rispetto al normale]; Cryptocorine wendtii ha ampliato notevolmente la superficie delle foglie riducendo contestualmente l'altezza dei piccioli.

Analoghe risposte sono state ottenute sottoponendo alle medesime condizioni di coltivazione piante del genere Bolbitis e Microsorum.

In questo caso, una totale defogliazione della parte aerea non solo si è rivelata fondamentale nello stimolare l'emissione di nuove foglie, ma ha anche accelerato il processo di acclimatamento delle piante che si sono altresì dimostrate più resistenti nei confronti di attacchi algali.

L'osservazione di queste piante in acquario ed il loro confronto con le sorelle che crescono in habitat naturali possono quindi fornirci utili elementi per comprendere meglio la biologia delle specie che ospitiamo o possiamo ospitare nelle nostre vasche.

Sono fattori di carattere ambientale come l'intensità della radiazione luminosa che possono determinare dimensioni, spessore, forma e colore di una foglia e dunque l'aspetto complessivo che una data pianta può andare ad assumere rendendosi più o meno attraente a seconda dei gusti estetici di chi la osserva.

Questa capacità di trasformazione che tutti possiamo facilmente toccare con mano non deve affatto sorprenderci. In natura, infatti, costituisce la regola.

Tra le fronde degli alberi, per citare un esempio significativo di quanto le cose possano essere più complicate di come si possa pensare, a seguito del reciproco ombreggiamento delle foglie le une con le altre la pianta è stimolata a produrre foglie molto diverse in risposta proprio alla diversa intensità luminosa che si viene a creare.

Su una medesima pianta potremo avere dunque foglie estremamente eliofile per caratteristiche istologiche e morfologiche accanto a foglie estremamente sciafile.

Alla luce di quanto sin qui esposto, forse si dovrebbe incominciare a considerare determinate piante come sciafile solo nel senso che, a differenza di altre specie, possono vivere anche in condizioni di bassa intensità luminosa.

In presenza di un'alta intensità luminosa, queste sono in grado perciò di attuare tutta una serie di risposte in grado di permettere loro di affrontare al meglio una condizione che ritenevamo a loro preclusa.

Questi che abbiamo considerato se pur sommariamente, sono solo alcuni degli adattamenti che osserviamo nella trasposizione acquariofilia della vita acquatica delle piante.

Già da tempo, maestri come Takashi Amano, ci avevano abituato all'impiego sommerso di piante galleggianti ed addirittura di muschi che con sapiente maestria sono stati capace di far crescere in ambiente completamente sommerso.

Il caso delle sciafile è probabilmente l'ennesimo mirabile esempio di come la natura possa  sorprenderci con le sue infinite sfumature di grigio. Nonostante le nostre regole, nonostante la nostra tendenza a vedere tutto come bianco o nero.

 

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