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Anubias: il frutto della passione di Roberto Moretti

Ci sono persone, luoghi o situazioni che si incontrano nella vita che portano a “sentirsi a casa” … il perché spesso è difficile da rendere con le parole e forse è questo più di tutto il resto a renderle magiche ed a collocarle in quella parte della memoria che non si cancella nemmeno quando il colesterolo comincia a fare il suo lavoro.

A volte, dipende dall’assonanza che si percepisce immediatamente nei riguardi delle persone che si incontrano, a volte dalla vicinanza del luogo ai paesaggi dei propri sogni oppure, altre volte, dalla corrispondenza di una situazione rispetto a quelle che da tanto tempo si verificano nei succitati sogni: raramente però si verifica più d’una di queste condizioni, quasi mai tutte insieme.

Capita dunque che il sottoscritto, accompagnato dalla Signora che stranamente accetta l’onere di vivere con lui, abbia in un giorno di febbraio del duemilasei la ventura di recarsi in visita presso le serre dell'Anubias, azienda produttrice di piante d’acquario che tutti noi malati terminali di coltivazione sommersa ben conosciamo da tempo.

Com’ è nata questa cosa è presto detto. Con il placet della redazione di Aquagarden che mi vede immeritato collaboratore ho contattato Anubias che, a stretto giro di posta, ha accettato con entusiasmo la visita, e quindi eccomi qui a Bologna in un’uggiosa mattina, pieno di curiosità e, lo ammetto, di dubbi circa la mia capacità di riportare a Voi, che avete ora la cortesia di leggere, le sensazioni, le notizie nonché i concetti che certamente mi verranno trasmessi … dopotutto è la mia prima intervista, non ho la minima idea di cosa stia per succedere né della capacità che avrò di non fare una pessima figura.

La prima persona che incontriamo è Davide Pozzi, agronomo per laurea e, come in breve farà trasparire, anche e soprattutto per passione. Ci accoglie sotto la pioggia e quando solleva il cappuccio sfodera un sorriso vero, di quelli che possono venir fuori solo quando si incontra una persona che fa piacere vedere, e fa in un attimo piazza pulita di qualunque imbarazzo.

Poi entriamo nell’ufficio attiguo alle serre e cambia tutto, molti dei quali avranno la bontà di leggere questo articolo saranno avvezzi al “profumo di piante”, a chi non lo ha mai sentito purtroppo non posso spiegarlo ma l’aria ne era permeata. Il clima era perfettamente aderente a quanto sopra, caldo e umido come da manuale: in un attimo dal grigiore di una brutta giornata Padana alla promessa di rigoglio d’una mattina tropicale.

L’ufficio è “operativo”, spartano quanto basta ma la presenza di quanto necessario è evidente, pare voler puntualizzare da subito che chi ci lavora sta lì perché a volte è necessario, ma preferisce correre “sul campo” non appena sia possibile … e non tarderemo a verificare come le cose stiano proprio così.

Appare in questo momento, attraverso la porta che ci separa dal mondo del verde, al quale non nascondo che già non vedevo l’ora di accedere e che dava una generosa anticipazione di sé attraverso le pareti trasparenti, il secondo dei personaggi che ci hanno accompagnato in questa mattinata difficilmente dimenticabile per un acquaplantofilo: Maurizio Castaldini, il titolare dell’azienda che ci accingiamo a conoscere.

Anche lui è una persona che vale assolutamente la pena di incontrare, che si amino gli acquari o meno, è lo è per svariati motivi, fra i quali il primo non può che essere, per come la vedo io, quello che più lo accomuna a Davide: la passione.

Anubias è nata da una piega della sua vita, uno di quei momenti in cui si deve decidere se andare a destra o a sinistra perché la strada si biforca, ma non ci sono cartelli e bisogna decidere secondo il proprio istinto, secondo il proprio modo di essere o quant’ altro … aggiungete voi, facendo ricorso alla fantasia, quanti eventi volete, capaci di produrre quel piccolo soffio di vento che possa, in questi casi, far propendere chi tenga in mano il timone verso l’una o l’altra direzione. 

Fatto sta che costui, legato sostanzialmente fin dall’inizio delle proprie esperienze scolastiche e lavorative al mondo vegetale, si trova un giorno alla fine degli anni ottanta a dover decidere assieme al padre, anche lui addentro al settore dell’agricoltura industriale, se cedere parte dei terreni di famiglia oggetto dell’interesse di un’impresa florovivaistica oppure propendere per una compartecipazione nell’impresa … e sceglie la seconda delle due strade. Nel tempo poi Anubias diventa un tutt’uno con Maurizio Castaldini che ne fa l’oggetto del suo lavoro assumendone interamente il controllo.

Recita un vecchio adagio: "Non esiste grande uomo senza una grande donna al suo fianco (o viceversa)". Posto che al di là di ogni dubbio ci siano grandi fette di popolo pronte a dimostrare la non universalità del concetto, Maurizio ci racconta di rientrarvi perfettamente.

Non possiamo quindi esimerci dal ricordare che Donatella, sua coetanea nonché consorte, è stata fondamentale per la nascita e la crescita di Anubias, essendosi occupata in prima persona fin dal primo momento di tutto quanto costituisce il necessario "contorno" dell' attività, lasciando che Maurizio giocasse tranquillo con le piante. Si parla quindi di amministrazione, promozione commerciale, costruzione e mantenimento di un rapporto di fiducia con i clienti ed i fornitori ecc... non è davvero poco! Uomo fortunato negli incontri il Castaldini, ma altrettanto capace di far tesoro della fortuna da quel che sento e vedo.

Nel ’95 già lo spazio non basta più per soddisfare le richieste delle specie coltivate e Maurizio, data la difficoltà del momento nell’espandersi a Bologna, dopo diverse ricerche incontra in Sardegna una famiglia tedesca che possiede e gestisce delle serre atte alla produzione di piante emerse. L’occasione è buona, c’è l’esperienza florovivaistica e la fortuita opportunità di sfruttare i camion che più volte la settimana tornano vuoti dalla Sardegna per caricare al vicino Ortomercato Bolognese e quindi nasce il “secondo polo” dell’azienda, dove viene decentrata l’intera produzione del genere Anubias, dato anche il lungo ciclo produttivo di queste piante [4-5 mesi in laboratorio per produrre le piantine e circa 8 mesi in serra per l’accrescimento fino alla taglia commerciale].

Poi arriva anche Davide, con la laurea in tasca e il desiderio di spenderla nel settore florovivaistico: da quel che ho potuto capire dalle loro parole, e non credo di sbagliarmi, è stato uno di quei rari incontri fra persone compatibili caratterialmente che condividono la stessa passione e dalle quali è facile che derivino ottime cose.

Loro la definiscono letteralmente l’ottimizzazione della crescita, ma vi garantisco che dietro c’è molto di più. Ascoltandoli, è facile percepire quanta passione ci mettano nel cercare di capire le conseguenze d’ogni piccolo passaggio nel ciclo di vita delle piante, nel far tesoro di queste esperienze e nel cercare di trasmetterle ai loro collaboratori per far si che ogni coltivazione imbocchi quel ciclo virtuoso che la porterà a dare i meritati frutti all’azienda e la soddisfazione di constatare che “si è lavorato bene”. Questo traspare più di tutto il resto.

Tornando alla “storia”, c’è ancora da raccontare che poi, dopo i milleduecento metri quadrati di potenzialità produttiva acquisiti in Sardegna, le serre di Bologna, venuti meno gli impedimenti burocratici iniziali che ne impedivano lo sviluppo, arrivano nel tempo fino agli attuali quattromila metri quadrati, alle circa centocinquanta specie commercializzate, al quasi milione di piante vendute all’anno con gli attuali diciotto dipendenti.

La cronaca più recente vede una notevole ristrutturazione tecnica dell’unità produttiva sarda che l’ha portata a raggiungere gli standard d’automazione presenti a Bologna.

Traspare dalle parole di Maurizio e Davide sia la convinzione rispetto all’utilità dell’investimento atto a garantire ovunque alti standard qualitativi e buone rese sia l’impegno che tutto ciò ha richiesto: il fermo momentaneo di quelle serre, dovuto anche e soprattutto al necessario “scoperchiamento” per l’installazione dei pannelli d’oscuramento automatici come quelli presenti in sede, ha richiesto il trasferimento provvisorio della produzione delle Anubias a Villanova.

 

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Maurizio Castaldini e Daniele Pozzi intenti a fare un po’ di luce nella mente del sottoscritto durante l’interessantissima visita.

 

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Il reparto di lavaggio e confezionamento delle piante prima della spedizione, il primo che abbiamo incontrato: ci ha colpito la cura con la quale ogni operazione viene eseguita.

 

Le cose che ci hanno colpito

Su Anubias, grazie alla disponibilità dell’azienda e delle persone che stanno al timone ad “aprirsi” nei riguardi degli appassionati, sono già state redatte cronache nate da penne ben più blasonate di quella del sottoscritto, banale informatico trascinato dall’acquaplantofilia in questi lidi per me così nuovi … quindi il rischio, narrando di questa visita e cercando di imitare un vero giornalista, sarebbe quello di preparare una minestra dal gusto già noto ed assai più rancido di quello che potrebbe produrre chiunque lo faccia di mestiere.

Ciò sottolineato, oltre a quanto già detto circa le persone che abbiamo incontrato, cercherò di mettere in evidenza innanzi tutto quello che più m’ha colpito, o meglio quel che ritengo avrebbe certamente colpito di più chiunque di voi che leggete e che si presume condividiate almeno in parte la mia passione o perlomeno ne siate incuriositi.

Dovete sapere che, al momento dei primi approcci epistolari con Davide Pozzi e dopo aver ricevuto da lui la disponibilità all’incontro, preparai una bozza con una sfilza di domande che gli sottoposi preventivamente onde dare una traccia di quello di cui si sarebbe trattato durante incontro.

Ovviamente, la mia cervice deformata dalla passione ha generato una lunga sfilza di quesiti figli di primo letto di quanto fra di noi si va abitualmente discutendo sul forum o di persona … un lungo sfogo acquariofilo intervallato [per fortuna] qui e là da domande più generali di carattere storico, commerciale o comunque di più varia natura.

Se non mi fossi recato là di persona, se non li avessi conosciuti, se non avessi visto oltre che ascoltato, magari ricevendo via e-mail le risposte avrei [mi permetto di dire avremmo] perso una bella occasione di tirar fuori la testa dalla risacca e di vedere le cose che ci stanno a cuore con occhi diversi, cosa altrettanto fondamentale del cerebro-onanismo al quale spesso amiamo dedicarci e che a volte, ho sempre più frequentemente l’ impressione, ci porta a girare su noi stessi in interminabili discussioni volte a spiegare qualcosa che non può avere una sola risposta o che non vediamo perché guardiamo troppo da vicino.

Appena entrati nell’ufficio ospitato nelle serre, del quale ho parlato prima, ho notato un acquario da trecento litri circa posto in fondo alla stanza ed ovviamente sono stato attratto dallo stesso non nascondendo ai miei due interlocutori il mio interesse. Loro hanno capito perfettamente, precisando subito che quella sarebbe stata l’unica vasca di piante che avrei visto in Anubias. Inoltre, una delle domande che avevo inserito nella lista di cui ho parlato, rivolta sia a Davide che a Maurizio, riguardava il fatto che ospitassero o meno acquari nelle loro abitazioni.

Tutto ciò, unito al fatto che [ovviamente] il loro interesse nell’allestire l’acquario in questione non fosse quello di ottenere mirabolanti layout ma di avere un riscontro di come le piante lasciate nei vasetti e nel Grodan si comportassero negli espositori dei negozi, ha generato una situazione di incertezza che è durata una attimo ma è stata fondamentale per la piega assolutamente positiva che ha preso poi il prosieguo della visita.

Il tipo e la forma delle domande che avevo loro inviato aveva giustamente suscitato l’impressione che io m’aspettassi da Anubias la visione di  splendidi quanto artificiosi esempi di paesaggio sommerso e da loro la risposta specifica a molti dei nostri problemi circa la coltivazione sommersa delle piante più diffuse; m’ero presentato malissimo, perché è ovvio che il loro compito sia di produrre il miglior pane possibile ed il nostro di assaporarlo con cura, ma le mie domande non davano affatto l’impressione che questo concetto mi fosse chiaro, e forse la nebbia della passione lo offuscava davvero.

Questa è stata la prima cosa che ho imparato, la consapevolezza che noi siamo l’ultimo anello della catena e che l’amore per le piante inizia ad esercitare la sua azione benefica ben prima che vengano immerse in vasca, ed è per quello che prima ho detto che forse ci capita di guardare spesso le cose troppo da vicino cercando di spiegare tutto da un punto di vista che probabilmente a volte è troppo ristretto.

Di certo le piante emerse richiedono attenzioni e sensibilità assai diverse da quelle sommerse, in un caso si lotta assai più con i parassiti e nell’altro si rivolge l’attenzione contro il proliferare delle alghe, fuori dall’acqua la disponibilità di CO2 è immensamente superiore mentre sott’acqua è più complicato fornirla, eccetera eccetera eccetera … lo sappiamo tutti che ci sono differenze sostanziali ma ascoltare chi “fabbrica” la nostra materia prima è stato istruttivo al di là delle già nutrite aspettative.

Le risposte che desideravo sono arrivate tutte nel corso della lunga chiaccherata che ha arricchito la visita, ben oltre le ventisei domande che avevo inviato.

 

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Davide Pozzi, in primo piano, e Maurizio Castaldini, alla scrivania, nell’ufficio operativo sito nelle serre. Sullo sfondo l’acquario dove sperimentano la reazione delle piante all’immersione.

 

La "verdura fresca"

Avrei dovuto comprendere questo punto nel capitolo precedente, vale a dire “le cose che ci sono piaciute”, però facendo le dovute proporzioni ho pensato fosse più corretto inserirlo qui perché è strettamente inerente al modo di condurre l’azienda.

Il titolo si rifà ad una battuta di Maurizio in una parte della discussione iniziata parlando dell’acqua, più precisamente rispetto al fatto che per lui, rispetto alla coltivazione delle piante e salvo presenza di inquinanti nell’acqua di rubinetto, “l’acqua demineralizzata [da osmosi inversa o resine a scambio ionico] è la peggior cosa che ci sia”.

Ovviamente, interpretando con certezza l’opinione di Maurizio e Davide, c’è da aggiungere che si riferivano all’abuso della stessa ed alla scorretta demonizzazione di quella del rubinetto, ricca invece di nutrienti essenziali, molto spesso a fini meramente commerciali.

Tale discorso è naturalmente sfociato nel considerare i limiti che spesso emergono nella capacità dei negozi di consigliare correttamente i clienti.

L'ottanta per cento della nostra clientela è costituito dalle persone che acquistano in un fine settimana l’acquarietto da mettere in casa e si comprano la piantina, è lo zoccolo duro che permette all’azienda di crescere e prosperare. Naturalmente capita loro di sbagliare, e spesso sono consigliati male e noi, a tal fine, siamo e cerchiamo di rimanere forti sul “servizio”. Quello che mi hanno insegnato è che bisogna cercare di dare la verdura fresca raccolta nel tuo orto, quindi l’obiettivo è: noi raccogliamo la nostra piantina e domattina ce l’hai lì.

Questo al fine di consegnare al negoziante il miglior prodotto possibile onde innalzare al massimo le possibilità di riuscita nella coltivazione. Con l’ovvia eccezione delle Isole, Anubias riesce ad evadere ordini in tutta Italia nel giro di ventiquattr’ore, il che è ovvio come vantaggio.

Maurizio, ci dice anche che a loro piacerebbe andare oltre nei servizi forniti al cliente finale, instaurando un vero e proprio filo diretto con l’ azienda per qualunque quesito tecnico riguardo alle piante che escono da qui … purtroppo il limite in questo caso è dato dalla “corsa al ribasso” del prezzo che rende i margini insufficienti per poter pensare di mettere in piedi quanto sopra … non molti sarebbero disposti a pagare un po’ di più per averlo, non perlomeno nella fascia di clientela che rappresenta il famoso “zoccolo duro”.

Rispondendo poi ad una delle domande che avevo preventivato di far loro, e precisamente:

Come va il mercato acquariofilo Italiano in questo momento dal vostro punto di vista? Ci sono stati cambiamenti degni di nota dal punto di vista qualitativo generale negli ultimi anni?

Maurizio dice: negli ultimi anni abbiamo notato un’evoluzione nelle richieste e nel livello dei clienti … questo fa ben sperare che quell’ottanta per cento citato sopra si riduca spingendo anche i negozianti ad innalzare il loro livello di conoscenza nei riguardi delle piante.

 

Il rapporto con i negozianti

 Dalle parole di Maurizio e Davide traspare chiaramente come questo “canale” sia per loro un punto fermo: ci tengono a far sì che sia il migliore possibile e contano fermamente su di esso per “sentire il polso” del mercato e percepire quanto quest’ultimo richieda.

Ovviamente, il mondo è bello perché è vario e non tutti coloro i quali gestiscono un negozio hanno la stessa esperienza nel conservare le piante fino alla vendita e, soprattutto, nel consigliarle ai clienti in base al tipo d’acquario dove saranno inserite; ho notato una forte sensibilità verso questo aspetto.

Affrontano il problema su due fronti, il primo dei quali consiste nel fornire tutto il supporto “tecnico” possibile a chi lo richieda, sia esso il negoziante stesso, che ovviamente li contatta per telefono, che il cliente finale. Ho appreso che molti acquariofili li chiamano o scrivono per ricevere chiarimenti circa problemi di coltivazione o semplici consigli circa il miglior modo di far crescere le loro piante. Ovviamente, queste mie parole li “rovineranno” definitivamente contribuendo a sommergerli di richieste, ma vi dico in un orecchio che si prodigano con piacere per rispondere a tutte le domande.

Un’altra via che stanno cercando di percorrere è quella di fornire ai negozi un espositore progettato da Maurizio e studiato proprio per rendere la prima permanenza sommersa delle piante il più “confortevole” possibile: si tratta di un bell’acquario intorno ai 300L con un’imponente sistema di filtraggio e ricircolo, oltre ad una specie di “doppia tribuna” corredata di supporti per l’inserimento dei vasetti.

Ovviamente, vista la qualità dell’attrezzo, sono convinto non costi poco però mi piacerebbe vederlo fra Carassi morenti, squali che nuotano in 400L e puzza di pipì di gatto in certi negozi dal presunto “charme” nel centro di Milano al posto di quelle pozze maleodoranti dove usano stipare cryptocorine al limite dell’asfissia da copertura algale che poi hanno il coraggio di vendere imputando ai clienti l’ovvia fine a breve termine … sicuramente contribuirebbe a produrre meno acquari in vendita su e-bay e più acquaplantofili.

Anche in questo caso è emerso il rispetto di Maurizio nei nostri confronti: le sue parole, introducendo l’espositore e la sua progettazione, sono state “diamo tanta luce, è gestito in maniera che si possano fare forti cambi d’acqua, non è un acquario predefinito, che prende la sua vita, ma una bacinella dove tutti mettono le mani, dove il negoziante che ha venduto un Kg di sale marino e gli si è aperto il sacco, all’arrivo del cliente successivo che chiede due piante, può avere accesso col minimo dei rischi”, a voler sottolineare la sua consapevolezza del fatto che lui vuol fare del suo meglio per produrre la miglior materia prima possibile, e conservarla al meglio fino alla consegna … ma siamo poi noi che dobbiamo valorizzarla.

Proprio durante questa parte della discussione, Davide tira fuori un concetto al quale io sono assai sensibile e quindi lo riporto letteralmente [..] a volte i clienti mi contattano dicendo “ho un problema con questo tipo di pianta ed ho pH tot, durezza tot, temperatura tot …”, io … beh, posso anche dare dei dati e dei valori standard ma non hanno senso perché ogni vasca è un mondo a sé, un mondo finto e chiuso dove ciascuno deve cercare il più possibile l’equilibrio … musica per le mie orecchie.

Andando oltre, ci viene presentato qualche problema di “comprensione” con una parte dei negozianti, Maurizio ci dice: “Quello che ci stiamo sforzando di fare con l’espositore, che fondamentalmente è una mini-serra, è di far capire al negoziante che l’obiettivo sta nella vendita oculata di piante giovani e nel valore aggiunto derivante dai loro consigli nei riguardi del cliente finale, come avviene nel mercato delle aziende olandesi e danesi con le quali ci confrontiamo e collaboriamo quotidianamente”.

Continuando ad ascoltarlo, sentiamo cose che a noi paiono assai strane, ma che ci riportano al “mercato medio” Italiano : “[…] vendere un vasettino di Hemiantus callitrichoides è più difficile perché … ‘è grande così’” [e mostra piante di dimensioni ridotte], “se invece ti do un vasetto di Micrantemum umbrosum che è ‘grande così’” [e mi indica piante molto più cresciute], “lo vendo più facilmente”.

Maurizio continua manifestando la sua speranza che si elevi la consapevolezza riguardo al fatto che il valore aggiunto dato dal negozio è fondamentale: “le piante andrebbero prese piccole, fatte crescere pian piano e consegnate al cliente una volta risolto lo stress del viaggio che inevitabilmente ha avuto: nessuno è più consapevole di noi di questo fatto visto che vediamo ogni giorno come una pianta subisca anche solo lo stress di un trasporto all’interno dell’azienda su un carrello. Arriviamo ad esser costretti a sgridare le ragazze se le piante rimangono disidratate per un quarto d’ora … figuriamoci se di mezzo c’è un trasporto. Bisogna che ognuno prenda atto di questa cosa e ne tenga conto”.

Interviene a questo punto Davide e sottolinea un altro concetto che, in effetti, non è poi così diffuso fra gli amanti delle piante sommerse: “C’è poi anche poca conoscenza di quello che è il tipo di pianta: uno pensa che la compra, la mette in vasca e dura in eterno, ma non è così … non lo è per tutte nella stessa misura; spesso sono specie che hanno cicli annuali o comunque un loro sviluppo dopo il quale si esauriscono”.

Maurizio sottolinea anche altre caratteristiche a sua conoscenza spessissimo sottovalutate da negozianti e clienti:“Ci sono piante sensibilissime a certi sbalzi, per esempio l’Anubias [spp] è molto sensibile agli sbalzi di temperatura: se ne subisce anche di blandi è facile che muoia, mentre le Cryptocorine sono immuni da questo problema … al contrario mi capita che mi chiamino clienti che dicono : ‘ho messo in vasca le Cryptocorine che mi hai mandato e si sono sciolte le foglie dopo poco tempo’ … io rispondo loro precedendoli: ‘hai lavato la vasca prima di inserirle vero?’, e loro si ammutoliscono … io proseguo dicendo: ‘ora metti quelle sopravissute nell’acqua vecchia e vedrai che ridiventano meravigliose’ … ci sentiamo dopo due settimane e mi dice : ‘ma lo sai che hanno gettato nuovamente e stanno riprendendosi?’ tutto questo perché la Cryptocorine non vuole sentire l’acqua nuova, la uccide all’istante perché ha bisogno d’una fiorente flora batterica intorno a se’ per ambientarsi come si deve, e nell’acqua nuova non c’è”

La conclusione m’è piaciuta molto : Bisognerebbe si capisse che occorre trattare le piante come i pesci, favorire un minimo d’ambientamento progressivo prima di introdurle in vasca, lasciandole aperte nel contenitore in modo da raggiungere pian piano la temperatura ambiente e poi quella della vasca nello stesso modo, le piante che noi rivendiamo e non produciamo direttamente arrivano dall’Olanda nei camion frigo a 5°C… se le mettessimo direttamente in acqua… fate voi. Le piante sono organismi viventi ma purtroppo prevalentemente vengono gestite e vendute come accessori.

Davide interviene nuovamente e ci dice che, però, “negli ultimi tempi la situazione sta cambiando perché sempre più negozianti telefonano manifestando il desiderio di riuscire a tener meglio le piante perché si rendono conto che i clienti molto più frequentemente ‘chiedono di più” questo suscita immediatamente la mia malcelata soddisfazione visto che, oltre ogni dubbio, abbiamo nel nostro piccolo [nemmeno poi tanto piccolo] contribuito a “creare i mostri” che spingono in tal senso.

Se, come sottolinea Maurizio, la richiesta diverrà sempre più corposa e qualitativamente esigente è molto probabile che il negoziante medio comincerà a capire che acquistare 1000€ di piante e ricavarne 800 data la moria da insipienza giusto per fornire l’“accessorio” è decisamente meno conveniente che documentarsi su come mantenere la qualità … e per tutti noi appassionati non potrà che venirne del buono.

 

Le nuove specie, il caso della Rotala Green e della Riccia Fluitans

 Due delle domande che avevo inviato ad Anubias come bozza di intervista e che ho citato in precedenza erano le seguenti :

Quando Anubias decide di mettere in commercio una nuova pianta, cosa succede prima del suo lancio “dietro le quinte?
Effettuate dei viaggi di ricerca nelle zone dove la pianta è endemica per osservarne le condizioni di attecchimento in natura? Quali passi sono necessari per arrivare all’allestimento della serra di una nuova specie?”

E’ mai capitato che metteste in produzione una qualità di pianta su sollecitazione della clientela finale, dei distributori o dei negozi?

Le risposte sono arrivate cammin facendo durante la prima parte della chiaccherata. Forse non direttamente dai clienti finali ma sempre tramite il canale dei negozianti, è capitato anni fa, come spesso anche altre volte secondo quel che ci dicono i nostri amici, che Anubias ricevesse parecchie richieste circa la messa in produzione di una specie da loro non ancora trattata.

Davide ci racconta come, di concerto con Maurizio, si sia allora deciso di muoversi in tale direzione effettuando i passi necessari e, nello specifico:

  • “Ricerca della pianta sul mercato”

  • “La pianta arriva in azienda in forma emersa, magari un solo vasetto”

  • “Comincio a riprodurla, magari da un pezzettino di talea”

  • “Quando arrivo ad una certa quantità la porto in laboratorio”

  • “Vengono fatte le analisi e viene avviato il ciclo di moltiplicazione”

 

“Poi la metti in produzione e ti strutturi per averne almeno 500/1000 pezzi al mese per iniziare … e quando finalmente sei pronto… nessuno la vuole più”

Per fortuna, pare che ultimamente [guarda caso più o meno in coincidenza con la pubblicazione delle foto inerenti una delle vasche di “Sai Baba”] la pianta si stia commercialmente riprendendo. Questo ci dice come sia rischioso, per aziende pur attente alle richieste della clientela come ha dimostrato essere Anubias fidarsi delle “voci di corridoio”.

Maurizio ci spiega come esistano alcuni mercati più “specifici” e, se vogliamo, “prevedibili” che presentano richieste molto spesso precise: si parla del Nord Italia e particolarmente della Lombardia, mentre considerando il resto del bacino d’utenza di Anubias [tutta l’Italia ed il Canton Ticino] il seguire i desideri trasmessi dal pubblico presenta molte più possibilità di rischio.

Un altro esempio emblematico di come sia tutt’altro che facile gestire un’azienda del genere cercando di soddisfare al massimo le richieste del pubblico è stato quello delle Riccia Fluitans: quando Takashi Amano e il suo entourage iniziarono a forzare la crescita di questa specie in zone basse delle vasche ottenendo effetti dall’indubbio effetto scenografico ma dall’altrettanta provvisorietà nella coltivazione, moltissime persone affascinate dalle foto che cominciavano a diffondersi iniziarono a richiederla. Ovviamente, i negozianti agirono di conseguenza nei riguardi di Anubias per sollecitarne la fornitura.

Come prevedibile, moltissimi degli acquirenti da lì a breve sperimentarono la difficoltà di questo tipo di coltivazione e riversarono copiose rimostranze circa i fallimenti ottenuti sui negozianti che avevano loro venduto questa pianta galleggiante assecondando le loro velleità di forzarne la sommersione. A stretto giro di posta, i negozianti “girarono” le lamentele a Davide e Maurizio che iniziarono a ricevere telefonate del tipo“Mi avete mandato la riccia che non va bene”, e loro “Ma dove l’ avete messa?” [risposta:] “Il cliente l’ha messa giù ma non sta giù!”. E loro, “ma dico, ma la deve legare!”  

Le telefonate si moltiplicavano ed allora, dice Davide,“io e Maurizio abbiamo speso mesi e mesi a cercare un modo di riprodurre la riccia in un “tappetino” dentro retine d’ogni genere ma era una partita persa perché,” a parlare ora è Maurizio, “le problematiche non finivano lì ma occorreva la luce adatta, una puntuale potatura ecc... ecco, i problemi nel seguire le richieste sono questi, quando ogni tanto qualcuno si ‘inventa una pianta’, e assecondarne la richiesta diventa un rischio data la difficoltà di coltivazione”.

 

La ricerca dell'ottimizzazione della crescita

 Ci troviamo, verso l’inizio della visita, davanti ad un tavolone pieno di Microsorum pteropus [loro credo li chiamino bancali ... chiedo perdono per i termini pecorecci che uso] e, a due voci, i miei Ciceroni cominciano ad illustrare quel che vuol dire coltivare le piante in serra: è uno dei momenti più istruttivi quindi val la pena di produrne cronaca.

Inizia Davide dicendo: “Cerchiamo, per ogni pianta, di individuare e riprodurre le condizioni ideali di crescita” ed io ribatto immediatamente chiedendo se loro compiano viaggi negli areali d’origine per catalogare dette condizioni. Mi risponde Maurizio: “No, ci è capitato qualche volta di andar giù, ma la nostra natura è quest’ambiente qua, quindi è lui [l’ambiente stesso, n.d.r.] che ‘sposta’ le piante da una parte o dall’altra: là viene su bene, qui no … un po’ alla volta uno comincia a capire quel che vuole la pianta … questo bancale qua lo abbiamo tolto di là e lo abbiamo portato in questo punto, e qui cresce bene mentre là deperiva, e se fai le misure ambientali le condizioni sono identiche!”

La conversazione diviene a due voci ma le opinioni sono perfettamente allineate, non so se badare di più a quel che i miei interlocutori mi stanno dicendo oppure meditare sulla fortuna che hanno avuto ad incontrarsi, un’azienda non può che trarre vantaggio da una simile accoppiata … Cerco di tornare a far finta d’esser capace di raccogliere un’intervista e li sento dire: “Sarà che il sole nasce di là e va giù di qua, sarà che c’è una luce leggermente diversa … non lo sappiamo il perché ma ne prendiamo atto e ne teniamo ovviamente conto”.

Ho percepito una volta di più come la cosa a cui tengono maggiormente sia la “memoria storica”, non perdono occasione per raccontarmi che il bene più prezioso sta tutto lì … la teoria è importante ed è basilare per iniziare il cammino senza muoversi al buio, però i risultati vengono solo imparando ad amare e capire le creature verdi che costituiscono la ragione di vita dell’azienda; ogni singola pianta lancia messaggi più o meno evidenti riguardo alle sue preferenze ed il successo nel coltivarla dipende moltissimo dalla capacità di “ascoltarla”.

Quanto sopra non può non suscitare sensazioni di assonanza nel comune sentire di noi acquaplantofili: le nostre beniamine non smettono di cercare comprensione quando vanno sott’acqua.

La cronaca delle attenzioni riservate alle piantine continua. Davide dice: “In questa stagione il Micosorum lo teniamo coperto, poi due volte al giorno passiamo, apriamo i teli, lo lasciamo per dieci minuti in modo che circoli l’aria e poi lo richiudiamo. Fra un po’, con l’approssimarsi della primavera, cominceremo a fare alcuni tagliettini”.

Mentre parla per raccontarmi queste cose… le fa! Nessuno dei due resiste, passando fra i bancali, a non compiere quello che sicuramente dev’essere il corredo di gesti al quale sono abituati a non derogare durante una qualsiasi delle “ronde” che sono sicuro compiano innumerevoli volte al dì … non esagerano quando parlano della necessità di attenzioni costanti, più li osservo e più ci credo.

Maurizio, parlando delle piante che ci troviamo davanti, prosegue: “Il Microsorum [spp] in natura vive nelle zone di ”sottobosco”, dove c’è un microclima sempre protetto mentre un’Echinodorus che vive ai bordi dei fossi è una pianta molto più abituata agli sbalzi, siano essi di temperatura o derivanti dalle variazioni del livello acquatico [acidità, presenza nutritiva o quant’altro, n.d.r.]. Quindi la seconda delle piante citate è capace, in condizioni sfavorevoli, di proteggersi rimpicciolendosi, creando una leggera patina cerosa o in altri modi … mentre la prima, essendo abituata da una lenta evoluzione durata milioni di anni a vivere in un certo modo … o vive così oppure deperisce. Certo, se poi noi ci mettiamo a dire ‘questa pianta la voglio coltivare sul terrazzo’ possiamo anche riuscirci, ma il dispendio di energie necessario è enormemente maggiore mentre la resa diventa decisamente inferiore”.

I miei due interlocutori non potevano però mancare a questo punto di sottolineare la capacità di adattamento della natura a fronte di situazioni sfavorevoli, purchè queste si protraggano per un tempo sufficiente e rimangano “sfavorevolmente costanti”.

Comincia Davide: “Ricordo un bancalino di Microsorum Pteropus dimenticato fuori per un sacco di tempo … era stato dimenticato. Questa pianta è rimasta molto bassa, compattissima e di un colore splendido … una pianta meravigliosa. S’era adattata alla perfezione alle nuove condizioni.”

Aggiungo io: “c’è riuscita perché è stata in grado di superare lo shock iniziale e non ha subito ulteriori ‘attenzioni’ per lungo tempo?” … Risposta: “Si.” …C’ è molto da meditare al riguardo, da meditare e da provare almeno una volta nella vita d’acquariofili ad allestire una vasca “lasciandola in pace” il più possibile.

Su questo filone continua Maurizio: Avevamo della Lilaeopsis novae-zelandiae… meravigliosa, peccato non abbia più le foto. Era rimasta fuori dentro al ghiaccio, il ghiaccio poi s’è sciolto e la pianta abbiamo scoperto come non avesse fatto una piega, era cresciuta sotto la crosta gelata.

Se facciamo mente locale rispetto alle condizioni mediamente consigliate per questa pianta, notiamo come venga citato un intervallo di temperatura fra 15 e 25°C ed un’esigenza medio-alta d’illuminazione. Viene inoltre definita pianta “difficile” per la coltivazione in acquario.

Ovvio che sottoporre le piante a questo tipo di prove non sia propriamente produttivo, tanto meno per chi dalla vendita delle stesse debba trarre il proprio reddito … però mi fa piacere citare certe esperienze onde stimolare  tutti coloro i quali avranno la bontà di leggere quel che vado scrivendo a considerare con un po’ più di fiducia la capacità delle piante nel superare carenze ambientali quando riescano a trovare un ambiente in equilibrio, seppur tendente al minimo necessario per la sopravvivenza.

Un’altra cosa che ho notato, prima di chiudere l’argomento: l’importanza, anche per le colture emerse, del ricambio. Avrete notato come Davide abbia posto l’accento sul fatto che giornalmente vengano aperti almeno per un po’ i bancali sovrastati dalla “volta” in tessuto sintetico: pur essendo quest’ultimo assai poroso, è assolutamente importante il ricircolo dell’aria e quindi di Ossigeno, Anidride Carbonica, Azoto e degli altri elementi che la compongono … anche questo ci riporta a concetti ben noti.

 

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Il bancale di Microsorum Pteropus che ha ispirato la meditazione: da notare come le uniche foglie sofferenti si trovino nei pressi della zona che viene periodicamente aperta per favorire il ricambio d’aria, a riprova della sensibilità di questa pianta agli sbalzi d’ogni natura.

 

Lasciamo fare alla natura, ovvero evviva [alcuni] parassiti.

 Anubias non impiega antiparassitari d’origine chimica per proteggere le sue piante ma le contromisure biologiche che andremo a descrivere. E’ assai interessante però iniziare il discorso, dato il taglio “pettegolo” che ho sentito di dover dare all’articolo grazie all’accoglienza tutt’altro che formale che mi hanno riservato Maurizio e Davide, dal motivo “scatenante” di questa parte della loro filosofia.

Tempo fa Maurizio ha avuto la “ventura” di venire a contatto accidentalmente con un antiparassitario. Ciò gli ha provocato una reazione allergica tutt’altro che piacevole e da quel momento ha deciso che avrebbe evitato quelle sostanze come la peste. Detto fatto, quando s’è presentata l’occasione di sostituirli nei suoi vivai con qualcosa di molto più naturale non ci ha pensato due volte.

L’alternativa è costituita paradossalmente proprio dai … parassiti. Come molti sapranno, si tratta di insetti che inoculano le proprie uova in quelle delle specie infestanti ed hanno la simpatica caratteristica di non rovinare le piante. Inoltre, passano la propria vita fra le stesse e non si alzano generalmente in volo oltre un certo numero di centimetri al di sopra.

Questa ulteriore specificità permette di porre sopra le coltivazioni, più in alto dell’areale degli alleati, dei foglietti di vera e propria “carta moschicida” di colore giallo verso la quale gli insetti dannosi residuali vengono attratti e rimangono appiccicati.

Le uova che costituiscono la coltura degli insetti “amici” vengono poste fra le piante e vengono acquistate da Anubias in confezioni caratterizzate da un rettangolo di carta al centro del quale è visibile un cerchietto di materiale diverso, nel quale esse sono raccolte.

 

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La confezione di uova dalla quale si sviluppano gli insetti “alleati” del florovivaista: sopra la scritta Bioplanet è visibile il cerchietto entro il quale dette uova sono contenute ed intorno ad esso si notano alcuni insetti già pronti a svolgere il loro compito. E’ inoltre evidenziato nella foto l’interno dei contenitori nei quali vengono poste le piante ed è visibile l’acqua che permea il fondo degli stessi.

 

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I rettangolini di carta gialla appesi sopra questi tavoli sono intrisi di sostanza adesiva alla quale gli insetti dannosi che sfuggono alla lotta biologica o penetrano dall’esterno rimangono appiccicati. Osservando con attenzione li si vede praticamente in tutte le foto sopra alle piante, onnipresenti come peraltro le cartine bianche con le uova dei parassiti competitori.

 

Le piante, ci dice Maurizio, prima di questa svolta avevano sviluppato una sorta di “assuefazione” all’uso degli antiparassitari d’origine chimica e quando è stata introdotta questa nuova forma di lotta biologica hanno richiesto, a seconda della specie, fino a tre anni per non mostrare più i segni negativi derivanti dalle sostanze prima impiegate, o comunque per iniziare a giovarsi interamente della nuova “terapia”.

Questo, dato anche il ciclo medio di permanenza in serra delle piante, la dice lunga riguardo al fatto che certe sostanze possano permeare acqua, attrezzature, tubazioni, aria e quant altro circondi l’oggetto della coltura per moltissimo tempo, oltre a creare ceppi geneticamente dipendenti dalla somministrazione delle stesse che, al variare della forma di lotta, hanno passato lunghi periodi di indebolimento oramai superato.

 

La tecnica

 Riproduzione meristematica.

Le piante acquatiche in Anubias [ma credo sia così nella stragrande maggioranza delle serre] non vengono riprodotte con i metodi a noi familiari ma in laboratorio tramite la tecnica citata nel titolo. In pratica, al produttore arrivano le piantine già pronte che devono solo essere accresciute nel miglior modo possibile.

Il laboratorio non è interno all’azienda ma produce milioni di piantine per diversi clienti non solo nell’ambito del florovivaismo ma anche in quello dell’agricoltura genericamente intesa.

Maurizio ci racconta: L’idea era di farlo qua da noi però abbiamo visto che i piccoli laboratori che non siano strutturati per lavorare anche su altri settori non hanno le possibilità di fare gli investimenti necessari: non puoi comprare un’autoclave che ha una capacità lavorativa di dieci quintali per lavorare dieci chili di materia organica.
Tutte le aziende che fanno il nostro lavoro producono le piantine in questo modo, la nostra fortuna è anche quella di lavorare con il più grande dei laboratori Italiani, i laboratori di riproduzione meristematica sono nati qui, non in Olanda.

Aggiunge che il vantaggio principale di collaborare con quell’importante struttura è quello di poter interagire continuamente con i tecnici onde affinare al massimo la qualità del prodotto nel suo stadio giovanile.

Il laboratorio in questione riceve quindi dal produttore un “modello” della pianta da riprodurre, dal quale i tecnici provvedono a prelevare con un bisturi un piccolo ritaglio dall’apice o dalle radici, da cui possono poi estrarre le  “cellule meristematiche”, un tessuto indifferenziato vegetale le cui cellule sono in grado di riprodursi e differenziarsi nelle varie parti che compongono la pianta stessa …

Non vorrei dire una bestemmia ma mi pare sia qualcosa di simile alle cellule staminali dei mammiferi delle quali ultimamente tanto si dibatte: una “materia prima” non ancora caratterizzata, dalla quale poi si possono evolvere tessuti differenti.

Da quanto mi pare di aver capito da Davide, si preferisce usare le cellule meristematiche apicali che si trovano appunto all’apice delle gemme o delle radici. Questo tessuto è detto anche primario perché deriva direttamente da alcuni gruppi cellulari non differenziati dell’embrione ed assicura la crescita delle parti apicali e delle radici stesse, mentre il meristema secondario o laterale deriva da alcune cellule delle piante giovani che perdono la propria specializzazione, ritornano indifferenziate e determinano la crescita in spessore [aumento dello spessore del fusto e delle radici].

Quanto citato sopra viene inserito in una sostanza gelatinosa chiamata “Agar”, derivata dalle alghe marine polverizzate e purificate, che si presta al meglio come terreno di coltura ed alla quale vengono aggiunte sostanze chimiche [ormoni] che stimolano in un primo tempo la moltiplicazione cellulare. Si forma quindi quello che Davide definisce, per spiegare meglio, “una specie di callo tumorale” … una massa informe di cellule con lo stesso corredo genetico della pianta dalla quale la cellula meristematica è stata estratta ma ancora senza una connotazione visibile … una specie di bulbo.

Una volta che questa formazione ha raggiunto la  misura idonea, viene divisa a metà ed una delle due parti viene inserita in un’altra provetta, sempre nell’Agar, facendole subire l’identico processo di accrescimento. Si procede così, accrescendo queste masse callose fino alla dimensione idonea e dividendole fino ad ottenere un numero sufficiente di “matrici” per le piante da far sviluppare … Salta all’occhio come la crescita sia esponenziale, raddoppiando ad ogni sezionamento.

Quando si sono ottenute tutte le matrici necessarie, viene modificata la composizione dell’Agar introducendo altri tipi di ormoni, in modo tale da indurre la differenziazione delle cellule, e dalle masse callose iniziano a prender vita le piantine … tutte perfettamente identiche alla pianta “madre” che era pervenuta al laboratorio. Indubbiamente affascinante!

Una volta che le prime piantine si sviluppano, i tecnici provvedono a dividerle fino ad ottenere le quantità ordinate. Il committente [Anubias nel nostro caso] può decidere, di concerto col laboratorio, e una volta visionati i primi “prototipi”, di richiedere più sviluppo apicale, radici più corte, foglie più lunghe ecc. ecc. in base all’esperienza riguardo ai successi nell’accrescimento, alle richieste del mercato o a quant’altro.

Ad esempio, Maurizio cita il fatto che si siano fatti sforzi per produrre piante con radici più corte e peli radicali più lunghi, visto che l’assimilazione dei nutrienti avviene da questi ultimi; il vantaggio è evidente, stessa capacità di crescita ma minori problemi nello spazio limitato dell’acquario, particolarmente in presenza di specie di taglia e/o apparato radicale imponente.

 

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Le piantine appena arrivate dal laboratorio immerse nella parte radicale dentro l’Agar.

 

L’accrescimento: come ti pianto, ti illumino, ti inumidisco e ti controllo

 Per tutti coloro che, come il sottoscritto, sono appassionati di acquari e, in particolare, di coltivazione sommersa di piante acquatiche o palustri, è un’abitudine immaginarle sommerse, sognarle inserite in splendidi paesaggi magari contornate dal sinuoso volteggio dei quasi immancabili compari pinnuti.

Come molti sanno, però, la prima fase della vita delle nostre beniamine vegetali non si svolge sotto ma sopra l’acqua, perlomeno per quanto riguarda la sezione foliare; i vivai che preparano per noi le piante che inseriamo in vasca usano la cosiddetta “coltivazione idroponica” che permette rese ben maggiori e un buon numero di problemi in meno rispetto all’immersione.

Ci sono poi alcune piante a stelo che arrivano in Anubias da altri produttori [se ho ben capito prevalentemente del Sud Est Asiatico] e vengono poste in grandi vasche con fondo in sabbia per essere “lavate” e mettere le prime radici,  quindi vendute in mazzetti. Per fare un esempio, l’Hygrophila polysperma 'rosanervig'.

Altre piante, come per esempio il Microsorum pteropus windeløw, provengono da produttori terzi e vengono rivendute su licenza della ditta Tropica dopo l'accrescimento. Tali specie non sono semplicemente soggette ad un “passaggio di mano” dal produttore originario al negozio ma subiscono fino a trentadue interventi manuali nel caso delle piante rivendute in mazzetto, o procedure d’accrescimento standard come per il windeløw.

 

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Maurizio accanto ad uno dei vasconi di stoccaggio delle piante importate, sovrastato da canaline per l’accrescimento di piccole specie.

 

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La bellissima Hygrophila polysperma 'Rosanervig' importata, acclimatata e rivenduta da Anubias.

 

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Davide accanto ad altre vasche della stessa natura.

 

Non avendo le capacità scientifiche per descrivere nel dettaglio la tecnica di coltivazione idroponica, mi limiterò a parlarvi di quel che ho visto e di quanto quello che mi è stato descritto da Maurizio e Davide abbia fatto presa nella materia grigia.

Le piantine provenienti dal laboratorio vengono inserite in cubi di Grodan e poi dentro i vasetti grigliati che ben conosciamo e infine poste in contenitori molto simili a quelli inseriti nelle cassette della frutta: ci sono una serie di “alloggi” preformati, ciascuno dei quali accoglierà una pianta per tutto il periodo dell’accrescimento in serra.

 

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Una pila di contenitori con gli alloggi per le singole piantine. A sinistra si notano anche dei parallelepipedi di Grodan.

 

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Inserimento delle piantine provenienti dal laboratorio nei cubi di Grodan.

 

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I contenitori delle piante.

 

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Una delle vasche di conservazione ed acclimatazione delle specie importate dall’Asia e rivendute a mazzetti: come si vede dal riflesso sono illuminate in modo più intenso con tubi fluorescenti, data la condizione sommersa.

 

Questi contenitori vengono poi sistemati su grossi “tavoli” provvisti di sponde sul cui fondo scorre lentamente l’acqua. Secondo l’esperienza che Anubias negli anni ha maturato, questi “tavoli” possono o meno essere ricoperti da volte in  tessuto sintetico, spostati o racchiusi in aree con un microclima particolare.

L’illuminazione è garantita da lampade a vapori di Sodio a bassa pressione e dalla luce solare. Entrambe le fonti sono controllate: oltre all’ovvia possibilità di modulare la luce artificiale esiste un sistema di oscuramento della luce solare controllato elettronicamente che costituito da “tende” motorizzate pilotate manualmente o da un computer.

L’ umidità è garantita ovunque da micronizzatori anch’essi controllati dal computer centrale.

Non tutte le piante vengono sistemate sui “tavoli” citati prima: nell’ottica di sfruttare al meglio lo spazio disponibile, e in base all’esperienza acquisita negli anni riguardo alle esigenze di accrescimento, alcune specie vengono poste in lunghe “canaline” appese sopra i tavoli stessi oppure sopra le vasche di stoccaggio delle piante a stelo.

Infine, qualche “pillola” raccolta girando fra i bancali. Davide ci racconta che per lui le giornate migliori sono quelle uggiose: in questi casi posso aprire le coperture delle piante più sensibili onde sfruttare la luce diurna. Se c’ è il sole non mi azzardo a farlo… prosegue puntualizzando che, quando l’irradiazione solare è schermata dalle nuvole, le “possibilità d’azione” aumentano molto potendosi meglio modulare la luce secondo l’esperienza maturata.

 

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Canaline appese.

 

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Alcune delle canaline non sono appese ma fissate a cavalletti a un metro da terra.

 

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Davide in mezzo ad alcuni tavoli, uno dei quali coperto da tessuto sintetico senza la volta per rialzarlo.

 

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Tavoli con copertura a volta.

 

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Davide e Maurizio mi illustrano il software che consente di acquisire ed impostare tutti i parametri delle serre, anche in modalità remota. In alto a sinistra sopra la mia testa si vede il controller a microprocessore al quale fanno capo tutti i sensori e dal quale si dipartono i comandi per gli attuatori.

 

Il megafiltro

 L’attrezzo merita un paragrafo a sé, quindi glielo dedico. Però voglio iniziare a descriverlo con le parole di Maurizio mentre, sotto uno dei bancali, me ne indica la vasca di raccolta profonda due metri e mezzo: Un’altra cosa molto importante che ci caratterizza e che molte aziende, Danesi in particolare, sono venute a visitare è quest’impianto filtrante, siamo gli unici in Europa ad averlo. Tutta l’acqua che circola nei bancali viene raccolta qui sotto e poi viene pompata dalla parte opposta del fabbricato dove entra in un grosso filtro, in cui permane dalle ventiquattro alle quarantotto ore prima di ritornare a circolare fra le piante. La carica batterica e gli inquinanti in genere nell’acqua in uscita sono praticamente annullati”.

Poi, mentre mi mostrano con orgoglio un’Echinodorus longifolius derivante da una mutazione selezionata in Anubias [che mi hanno donato e che conservo gelosamente assieme ad altre splendide piante, nessuna delle quali è andata sprecata, a costo di coltivarle emerse o allestire apposite vaschette] Maurizio prosegue, quel filtro ci ha quasi mandati in ‘palla’ all’inizio. Quando lo abbiamo montato stimavamo che si attivasse dopo circa sei mesi, mentre invece in tre mesi s’è avviato completamente e con alcune piante per le quali avevamo un ciclo produttivo di due mesi siamo passati improvvisamente alla metà. Ha dimezzato i tempi cogliendoci impreparati, all’inizio… tutto quel che era programmato per la fine del mese successivo era già pronto ed abbiamo dovuto buttare tutto.

Questo la dice lunga sull’efficienza dell’apparecchiatura e sugli effetti della stessa nei confronti della crescita.

 

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Sul pavimento, sotto il tavolo e dietro la mano di Maurizio che mostra orgogliosamente l’apparato radicale d’una delle sue piante, è visibile il “buco” quadrato d’accesso al vascone del filtro.

 

I Fertilizzanti

 Anubias, come molti sapranno, unisce alla sua offerta di piante una linea di fertilizzanti [Linea attiva] che ovviamente è stata oggetto di mie domande data la forma mentis che unisce tutti noi, e che tra l’ haltro ho appreso essere vendutissima all’ estero con marchi diversi.

Prima ancora però che ne parlassi io, durante la chiaccherata introduttiva riguardo alla “verdura fresca”, Maurizio ha affrontato così l’argomento, parlando delle potenzialità aziendali riguardo […] da quando ho iniziato nell’89, tutti m’hanno saputo consigliare ma nessuno m’ha saputo dire nulla, io ho fatto e disfatto più volte le serre [gli impianti, n.d.r.], ho cambiato più volte i giri dell’acqua ma quello che all’inizio ritenevamo più importante ora è stato assai ridimensionato. All inizio c’eravamo concentrati sulla fertilizzazione, adesso come adesso ci preoccupiamo di più di altri aspetti.

Ovvio che a questo punto il sottoscritto abbia fatto assai fatica a nascondere la sua sorpresa, e Maurizio se n’é accorto e ha continuato così dopo una risata: Durante i seminari che periodicamente organizziamo, spesso ci chiedono cosa ci sia dentro i nostri fertilizzanti e noi rispondiamo… niente! C’ è il minimo indispensabile, solo degli attivatori, degli stimolatori [probabilmente enzimi, n.d.r.] che fanno ‘mangiare’ alle piante quello che c’è nell’acqua… poche cose. L’alimentazione che viene fornita ai pesci è normalmente dieci volte superiore al necessario quindi o uno continua a sifonare oppure fa fare alle piante il lavoro, scegliendo ovviamente le giuste piante. Se poi uno ha il pollice verde, allora è sicuramente in grado di arrivare a capire come portare il sistema in equilibrio anche intervenendo diversamente.

Ragionando su quanto sopra, è evidente la consapevolezza da parte di Maurizio riguardo al famoso 80% di clienti che acquistano le piante senza possedere particolari conoscenze delle stesse, ma più in generale delle “basi” acquariofile, lo si capisce dall’affermazione sulle quantità di cibo. Il loro fertilizzante è quindi “mirato” più ad agevolare una gestione della vasca che preveda l’apporto nutritivo proveniente in prevalenza da deiezioni o cibo non consumato che ad una vera e propria integrazione di elementi, spesso necessaria in allestimenti più “spinti”.

Probabilmente un’ottima e poco praticata alternativa in acquari con fondo in terra da vaso o comunque arricchiti almeno un po’ di nutrienti, luce non eccessiva, piante non esageratamente esigenti ... in fondo il 95% degli acquari di piante che ci sono in giro. Lo vedrei bene anche in vasche dello stesso genere ma con fondo sterile in allestimento [ghiaietto] ma parecchio “maturo”. Un ausilio insomma, se ho ben capito, all’assimilazione dei nutrienti ove questi non siano richiesti in forti quantità e provengano da fonti “naturali”.

C’ è poi da puntualizzare che la prima parte del ragionamento di Maurizio [quando dice che per loro il problema della fertilizzazione è l’ultimo in ordine di importanza] verte su piante in coltivazione idroponica emersa, quindi con enormi disponibilità di CO2 rispetto alle stesse in forma immersa, che le luci ai vapori di sodio impiegate in serra, spesso schermate dai teli di copertura, sono ben diverse da quelle che si impiegano in vasca e, più in generale, che la vita emersa comporta tutt’altro tipo di attenzioni rispetto a quella alla quale siamo abituati noi. Nella seconda parte del discorso, quando parla dei loro fertilizzanti, si riferisce invece espressamente alla loro esperienza circa la coltura sommersa.

Sull’onda di questi argomenti, a questo punto, non potevo non cercare di approfittarne per cercar di capire quanto i miei due interlocutori conoscessero le realtà di coltivazione più spinte alle quali noi siamo abituati e cosa pensassero al proposito quindi chiedo: di allestimenti che arrivano a superare le 30-35 parti per milione di CO2 con irraggiamento fluorescente o HQI proveniente da potenze fra l’uno e i due watt per litro netto d’acqua cosa pensate?

Francamente, visto l’approccio che i mie due interlocutori avevano fin qui descritto, m’aspettavo un sorriso sarcastico o perlomeno una manifestazione di dissenso al riguardo, invece ho avuto una risposta immediata e senza tentennamenti da parte di Maurizio … segno che la loro attenzione al riguardo c’è e c’è stata da quando l’acquariofilia mirata alle piante s’ è spostata anche verso questo tipo d’allestimenti.

Ecco cosa m’ha risposto : Quello di cui mi parli, per come la vediamo noi, è un’evoluzione della coltivazione industriale: la linea di alcune aziende che la propongono è precisa, dice con esattezza di mettere in vasca una serie di cose, specifica un ben delineato protocollo di mantenimento e, a fronte di questo, porta ai risultati che conoscete.

Anche noi diamo questa possibilità con la nostra “Linea attiva”: come già detto è un protocollo di fertilizzazione molto elastico, ma come gli altri richiede d’esser seguito per dare il meglio di sé. I ricercatori che sono arrivati a questi risultati sono stati molto bravi perché hanno detto "tu metti questo, questo e quello, le piante sono queste e vanno disposte in questo modo, la luce è questa", permettendo ad altri di sfruttare la loro conoscenza.

Ripeto però che conviene sempre cercare di seguire le indicazioni, specie con linee più spinte della nostra perché a volte, non seguendo le prescrizioni anche di poco, non si riproducono più le condizioni che loro hanno sperimentato con successo.

Il ragionamento, secondo il mio modesto parere, fila eccome: c’è chi ha il merito di aver studiato a lungo metodologie di coltivazione sommersa che portano a risultati notevoli di rigoglio, e di aver realizzato prodotti commerciali [dai substrati agli additivi per l’acqua, arrivando magari anche alle luci] che riproducono al meglio le condizioni con le quali tali risultati sono stati ottenuti.

Detto questo, se intendo acquistare questi prodotti per cercare d’arrivare anch’io a qualcosa di simile, lo devo fare fino in fondo e cioè abbracciare tutta la “linea” … altrimenti avrò comunque speso dei soldi ma non avrò “riprodotto l’esperimento”, e avrò anche maggiori possibilità di fallimento perché inseguirò una gestione complessa senza rispettarne i dettami e creando pericolosi squilibri. Tutto ciò ovviamente fatto salvo il possedere una conoscenza dei “meccanismi naturali” che avvengono in vasca, dei particolari con i quali si è arrivati ai protocolli in questione ed in ultimo della composizione dei prodotti consigliati tale da potersi permettere “varianti” a ragion veduta … non credo però siano molti a poterlo fare.

Altra riflessione: è ancora assai poco nota in Italia la “terza via” che parecchi di noi si impegnano negli ultimi tempi a percorrere, vale a dire la gestione di vasche più spinte ma senza l’adesione a strategia commerciale alcuna, tramite prodotti dissociati e fondi fertili non necessariamente legati ad altre sostanze della stessa marca. Parlando di plantacquari evoluti, l’identificazione con protocolli commerciali spinti è quasi automatica. Alla luce di questo, giornate di incontro come quella che vado narrando m’appaiono assai positive per imparare ma anche per far conoscere un po’ “all’esterno” il nostro punto di vista a chi, come Maurizio e Davide, non manca di palesare il suo interesse al riguardo.

Una cosa che aggiungo a latere: Anubias produce delle pasticche chiamate “filtro vivo” ma il nome, a quanto mi dice Maurizio, può essere fuorviante: in realtà si tratta di un concentrato di microelementi che potrebbe valer la pena di sperimentare come fertilizzante.

Infine le piante, anche l’occhio vuole la sua parte.

Figlie di sangue e figlie adottive. Per la gioia degli occhi, una parata di piante, serre, bancali, libidine da rigoglio.

 

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Toh, chi si vede: le sorprese, effimere o meno, del florovivaismo

 Le serre non sono uno spazio aperto con un clima omogeneo, come già detto anche Anubias non si sottrae a questa regola. Le piante vengono raggruppate in aree con caratteristiche ambientali differenti in base a quanto sulle loro esigenze i “timonieri” che abbiamo imparato a conoscere hanno nel tempo appreso.

Come abbiamo visto, se alcune specie si differenziano in maniera spiccata dalle altre, vengono isolate tramite le “volte” o direttamente ricoperte. In uno di questi “microclimi” artificiali abbiamo incontrato la pianta che, francamente, più mi ha colpito: una Cryptocoryne “mutante”.

Maurizio m’ha spiegato che ad oggi, salvo le specie “storiche”, molte delle piante appartenenti a questo genere derivano da mutazioni più o meno volontarie ottenute in laboratorio [le cosiddette “cultivar”]. Orbene, nonostante il vizio di forma dovuto al mio amore per questa specie, quella a cui mi riferisco m’ha molto colpito e quindi le ho dedicato un paragrafo tutto suo, quello finale.

 

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La zona a clima differenziato che ospita in prevalenza Cryptocoryne, fra le quali ho trovato quella di cui mi sono invaghito.

 

Maurizio e Davide ci spiegano come molte volte queste mutazioni non diano luogo ad un “ceppo” stabile di piante ma a famiglie che, nel tempo, tendono a tornate alla forma originaria, mentre in alcuni casi si ottiene la prima generazione di una nuova variante della specie, come per la protagonista del paragrafo. Capita però, come in questo caso, che il mercato non apprezzi [almeno nei primi tempi] la nuova nata per motivi apparentemente futili come le dimensioni.

Come spesso mi capita, non posso andare oltre per motivi di spazio, però questa volta mi dispiace particolarmente, in quelle tre ore che ho passato a Bologna con Maurizio e Davide ho incamerato spunti di riflessione e stimoli allo scambio d’idee che richiederebbero altrettante righe di quelle che vi ho costretto a leggere. Per fortuna, conservo una registrazione più o meno fedele di tutta la mattinata su MP3 ed un’assai più florido bagaglio di ricordi nella mia mente che non potrò mancare di utilizzare nei prossimi articoli.

Per ora, mi limito a ringraziare una volta in più Maurizio, Davide e tutta l’Anubias per la loro gentilezza, ma soprattutto per aver caratterizzato ogni secondo che abbiamo passato lì ad immagine e somiglianza del sorriso di Davide sotto la pioggia che ci ha accolti… ad un certo momento ci aveva confessato che gli capita di dispiacersi quando vede partire le piante prelevate da alcuni bancali particolarmente riusciti e devo dire che mentre ce ne stiamo andando non ci rimane nemmeno l’ombra del dubbio che sia davvero così.

 

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