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Olandese di Dario Schelfi

La passione per le piante in acquario spinge sovente l’acquariofilo a cimentarsi in allestimenti dal vago sapore orientale, creazioni in cui i rapporti tra “vuoti” e “pieni” assumono caratteri determinanti per la riuscita dell’intera composizione. La sezione aurea e le proporzioni armoniche, giocando proprio col contrasto tra spazi pieni, allestiti con arredi e piante e quelli lasciati, invece, vuoti, riescono a manifestare e trasmettere sovente una sensazione di pace e tranquillità, riproducendo scorci presi in prestito dalla natura.

Chi si diletta in questo hobby sa bene quanto difficile sia ottenere un acquario che riesca a suscitare emozione, mantenendo al tempo stesso il giusto equilibrio e la corretta armonia tra forme e colori.

Prima dell’acquario ZEN c’è stato però un precursore della vasca di piante: l’acquario olandese.

Trattare di questa spettacolare forma di composizione non è cosa semplice, non foss’altro per le scarne nozioni che si riescono a reperire ed è per questo che, nella trattazione che segue, proverò a descrivere le mie personali esperienze con questo affascinante ed unico acquario.

 

La struttura

Cos’è un acquario olandese? La domanda sembrerà banale, e forse, altrettanto ovvia e scontata  la risposta. L’olandese è fondamentalmente una vasca di piante. Badate bene, non una semplice vasca con piante, ma un acquario creato e strutturato per le piante.

C’è una strana alchimia che lega le singole componenti nell’acquario olandese perché, detta così, la mia precedente affermazione sembrerebbe far ritenere che un mix di piante in una vasca rappresenti per ciò solo una vasca all’olandese. Così non è e ciò per ovvie ragioni di ordine pratico ed estetico.

L’armonia delle forme e dei colori, così come il concetto stesso di struttura vengono messi in risalto nell’acquario olandese, più che in qualunque altro acquario allestito con piante.

Sostanzialmente, e volendo semplificare molto, l’acquario olandese è strutturato in tre differenti volumi: le piante da sfondo, le intermedie e quelle da primo piano.

La definizione è ovviamente semplicistica ed alquanto azzardata poiché, come vedremo, i tre differenti volumi si intersecano sovente per creare e/o accentuare il senso di profondità tra la parte anteriore e quella posteriore della vasca.

Partendo dal retro, le piante con le quali potremo iniziare a strutturare l’acquario saranno quasi sempre piante a stelo (ma come vedremo le eccezioni sono tutt’altro che rare), possibilmente a crescita rapida, non necessariamente formate da grossi cespugli.

La prima “posa in opera” è probabilmente la più difficoltosa poiché rappresenta il primo mattone dal quale si svilupperà l’intera costruzione.

Abitualmente preferisco iniziare la realizzazione di una vasca partendo dalla piantumazione di un folto cespuglio di “rosse”, Rotala o Alternanthera, posizionandolo all’incirca ad 1/3 (o 1/6) della linea longitudinale posteriore dell’acquario.

La fase successiva è quella relativa alla piantumazione di quella che definisco “pianta antagonista”, una pianta, cioè, che per dimensioni, struttura e colore fogliare rappresenti una concorrente della prima ma, al tempo stesso, riesca ad esaltarla.

Nel caso citato, affiancherò alla prima un cespuglio di Bacopa caroliniana, la cui versatilità mi consentirà, con adeguate potature di contenimento, di creare una figura armonica che sposi, quasi fondendola, anche la silohouette della prima pianta posizionata.

L’intera parete posteriore seguirà quindi il medesimo schema, lasciando ampio spazio alla fantasia dell’acquariolfilo che, ovviamente, avrà cura di alternare piante a foglia lanceolata a piante a foglia tonda, piante a lamina fogliare intera a piante a lamina sfrangiata.

Abitualmente i “punti rossi” nella parete posteriore dell’acquario non dovrebbero essere più di due e, possibilmente mai affiancati né collocati in maniera simmetrica tra di loro (si avrà pertanto cura di evitare  le equidistanze a destra e sinistra tra piante a foglia rossa).

In questa prima fase di sviluppo longitudinale posteriore bisognerà ovviamente non tralasciare un aspetto fondamentale e cioè quello della crescita futura delle piante, in funzione dell’impianto di illuminazione di cui si dispone.

Abitualmente, preferisco quindi riempire le estremità dell’acquario con piante dal portamento eretto che tollerano un’illuminazione meno intensa rispetto a quella che si sviluppa nelle zone centrali della vasca, impiegando piante che, per loro natura accestiscono perfettamente anche se colpite debolmente dai fasci luminosi (Cryptocorine balansae, Vallisneria spiralis, Echinodorus bleheri, Aponogeton, Crinum).

Tale ultima indicazione è ovviamente una segnalazione di “massima”, poiché in presenza di irradiazione molto intensa si potrà optare per specie decisamente esigenti, evitando comunque quelle che, per loro natura prediligono forti irradiazioni luminose (e che andranno quindi posizionate nelle zone centrali della vasca, a prescindere dal tipo di illuminazione prescelta).

La creazione della seconda zona, quella che abbiamo definito come volume centrale, è probabilmente la più difficoltosa poiché impegna l’acquarioflio in scelte oculate dalle quali dipenderà  la riuscita dell’intera composizione.

In tale ambito sceglieremo piante a portamento tendenzialmente medio, impiegandone alcune capaci di svilupparsi a degradare dalla parete posteriore verso quella centrale dell’acquario.

Nel caso in specie, collocheremo Lobelia cardinalis a ridosso della Alternanthera, facendola poi degradare trasversalmente verso la parete anteriore della vasca. Osservando l’acquario, il nostro sguardo verrà catturato dalle foglie della Lobelia e sarà poi accompagnato fino a toccare la pianta rossa collocata per prima.

La cardinalis fungerà, in tale ambito, sia come pianta da secondo piano (con i fusti mantenuti più alti), che come pianta da primo piano (mantenuta più bassa).

L’intera struttura non dovrebbe tuttavia prevedere più di due “viali” per evitare che lo sguardo venga distolto da quello principale.

L’intera struttura delle piante da secondo piano, seguirà quindi il medesimo schema, collocando piante che potranno essere facilmente modellate in altezza e larghezza (tra tutte: Micranthemum umbrosum, Lobelia cardinalis, Bacopa caroliniana, Hygrophila difformis, Cryptocorine nevillii, Microsorum pteropus ecc.).

La piantumazione della vasca verrà quindi completata impiegando piante a portamento basso collocate in maniera da accentuare la profondità verso il corridoio che abbiamo precedentemente creato.

Un breve cenno va fatto a proposito dell’eventuale prato da collocare nella vasca all’olandese.

Sfogliando vecchi libri che ritraggono vasche all’olandese, non ho mai riscontrato la presenza di fitti prati nella zona anteriore dell’acquario e ciò, probabilmente, per due ordini di ragioni.

Fino agli inizi degli anni settanta, gli acquariofili che si cimentavano con questo tipo di acquario (dalle poche testimonianze fotografiche che ho rinvenuto) non conoscevano probabilmente la varietà di piante da prato che utilizziamo oggi e l’impiego di molte di queste si è sviluppato solo con l’avvento dell’acquario naturale di Takashi Amano (Riccia fluitans, Vesicularia e simili sono state impiegate per prime dal maestro orientale).

In secondo luogo credo che l’assenza del prato dipenda proprio  dalla struttura della vasca olandese che difficilmente prevede ampi spazi vuoti da adibire allo sviluppo di un fitto prato (che, per inciso, ha un senso solo se può fungere da richiamo e non già da semplice macchia isolata).

Purtuttavia alcune pregevoli realizzazioni possono prevedere anche l’impiego di Echinodorus tenellus, collocato magari in maniera decentrata rispetto al punto di fuga dell’osservatore.

 

La piantumazione

La prima impressione che si ha guardando una vasca all’olandese è probabilmente quella che deriva dalla densità di piantumazione dell’intera vasca. Se negli acquari ZEN, sono i vuoti a creare la differenza, nelle vasche allestite all’olandese, sono probabilmente i contrasti tra i  “pieni” a suscitare le maggiori emozioni.

La vasca all’olandese si sviluppa sostanzialmente sfruttando l’intera area a disposizione, in maniera che le piante forminino un tutt’uno, quasi autonomo e distinto dai singoli cespugli che la compongono.

La piantumazione di questa massa verde richiede pertanto una particolare cura e qualche piccolo “trucco” per evitare che si crei un antagonismo tra le singole specie ospitate.

Com’è noto tutte le piante sviluppano la propria crescita alla forsennata ricerca di luce, questa dominanza apicale risulta però più accentuata in alcune specie rispetto che ad altre e di ciò non potrà non tenersi conto al momento della piantumazione.

A parità di lunghezza iniziale e di condizioni di coltivazione, uno stelo di Rotala v. “green” crescerà due volte più velocemente rispetto ad uno stelo di Ludwigia glandulosa. Collocare quindi alcuni  fitti steli di “green” vicino ad un piccolo cespuglio di glandulosa (di pari altezza e densità) equivarrà probabilmente a vedere nell’arco di due mesi un enorme cespuglio di Rotala, soffocare gli steli della glandulosa che, per sua natura, gradisce una forte irradiazione luminosa anche nelle zone basali dei fusti.

Gli esempi possiamo ovviamente replicarli all’infinito: un cespuglietto di Hygrophyla polisperma v. rosanevig, collocato a ridosso di un eguale cespuglietto di Alternanthera lilacina, avrà in breve la predominanza su quest’ultimo proprio per effetto della differente dominanza apicale che contraddistingue le due specie.

Come agire quindi per evitare la soccombenza di una pianta rispetto ad una “dominante”?

Le soluzioni sono molteplici. La prima e forse più ovvia è quella di posizionare steli di altezze differenti a seconda dell’andamento di crescita della specie prescelta, ma ciò non sempre sortisce gli effetti desiderati in ragione di un altro elemento, differente dalla diversa dominanza apicale, e cioè i differenti tempi di adattamento (e radicazione) delle piante.

A parità di condizioni chimico fisiche (e quindi anche di illuminazione) una talea di Rotala macrandra impiega molto più tempo ad adattarsi e a riprendersi dallo shock post impianto rispetto alla “sorella” rotundifolia che invece, già dai primissimi giorni dall’impianto produce nuova vegetazione.

Com’è facile osservare, quindi, la scelta delle diverse specie di piante da impiegare, ma soprattutto i differenti accostamenti tra esse è cosa di non poco conto se si vogliono ottenere risultati soddisfacenti.

Uno dei rimedi che ho testato con maggiore successo per evitare (o limitare) gli inconvenienti poco sopra citati mutua la tecnica della “potatura dal basso” (per i cui dettagli vi rimando al relativo articolo presente sul magazine) ed impiega cespugli più alti (prechè cresciuti ed acclimatati separatamente) da collocare accanto alle piante già inserite nella vasca che ci accingiamo a definire.

Tale strumento risulta un ottimo alleato anche per verificare a priori l’effetto cromatico di piante con tonalità differenti o, più semplicemente, rappresenta un banco di prova per verificare se la pianta prescelta risulta effettivamente accattivante una volta collocata in acquario, se, cioè, è realmente capace di sposarsi con l’insieme armonico che abbiamo creato.

Una nota a parte meritano le epifite che potranno eventualmente essere ospitate nella vasca all’olandese. Benché non siano rari i casi di vasche olandesi realizzate anche con l’impiego di legni, questi ultimi dovrebbero in ogni caso fungere da “contorno” alla realizzazione, senza distogliere in alcun modo l’attenzione dell’osservatore dall’acquario nel suo complesso considerato. Alcune epifite potranno comunque fungere da compendio, specialmente al fine di delineare i tre volumi su cui abbiamo sviluppato l’acquario. Suggerisco comunque di limitare allo stretto indispensabile l’impiego di Microsorum e Bolbitis, piante queste che possono raggiungere anche notevoli dimensioni e che per rendere al massimo della loro bellezza non dovrebbero essere “costrette” nel loro sviluppo da altre piante.

 

La potatura

Il tema della potatura, ampiamente discusso su questo magazine, rappresenta probabilmente il vero punto di forza dell’acquariofilo che voglia cimentarsi con una vasca all’olandese in cui, più che in ogni altra tipologia di vasca con piante, è indispensabile che ogni foglia “rimanga al proprio posto”.

Allestire una vasca con dieci, spesso venti, specie differenti di piante  significa dover fare i conti con l’inarrestabile forza della natura, una continua e costante competizione alla ricerca di luce e nutrienti. E’ facile che ci si lasci prendere dall’entusiasmo, consentendo ad alcune piante di prendere il sopravvento su altre, a scapito di quei concetti di equilibrio ed armonia a cui abbiamo spesso fatto riferimento. E’ proprio in nome di questo equilibrio che gli interventi sulle piante dovranno sempre essere costanti e, possibilmente, poco invasivi.

Una vasca in cui troneggia un bel cespuglio di Rotala nanjenshan potrà anche essere rasa a zero con poche conseguenze se non quella di attendere la ricrescita vegetativa ed il ripristino dell’originario vigore; in un acquario “stipato” di piante il discorso cambia e muta in maniera radicale.

Se abbiamo compreso il significato di dominanza apicale e di antagonismo nella crescita, non sarà difficile comprendere l’altrettanto ovvio concetto secondo cui i nostri interventi di potatura dovranno essere mirati al mantenimento dell’insieme, nel suo complesso considerato.

Pochi e decisi interventi di contenimento consentiranno di mantenere ben bilanciata la silhouette di ogni singolo cespuglio, mantenendo il disegno dell’intera vasca.

Varrà pertanto il principio poco sopra accennato: piante a crescita più vigorosa e veloce potranno essere potate in maniera più decisa di altre a crescita più lenta.

Fondamentale in ogni caso sarà il rispetto dei volumi tra le piante da sfondo, quelle intermedie e quelle inserite in primo piano.

 

L’acquario

La vasca che ospita l’acquario olandese deve essere grande, meglio ancora se molto grande. Questo dictat credo sia imprescindibile ed i motivi ritengo siano altrettanto ovvi. La vasca olandese è tale solo se è capace di ospitare parecchie piante, in numero e specie. La necessità di realizzare contrasti con forme, portamenti e colori differenti obbliga l’acquariofilo a dover optare per soluzioni che siano idonee ad esaltare la struttura d’insieme dell’acquario e tale obiettivo è raggiungibile solo se si dispone di spazio (e volume) sufficiente.

Benché, in astratto, sia forse ipotizzabile la creazione di un olandese anche in vasche da 60/80 cm, impiegando magari tutte piante a fogliame minuto, è improbabile che un acquario di così ridotte dimensioni possa anche solo lontanamente paragonarsi alla bellezza di una muraglia verde (e rossa) che si sviluppa su 120/150 o addirittura 200 cm.

La capacità del plantofilo è tuttavia sempre pregna di sorprese ed è quindi tutt’altro che  improbabile che qualcuno non riesca (o non sia già riuscito) in tale intento.

Abitualmente siamo soliti vedere vasche “olandesi” chiuse, la tradizione impone probabilmente questa tipologia di acquari, ma non sono rari i casi di imbattersi in spettacolari acquari aperti.

I pro ed i contro dell’una piuttosto che dell’altra tipologia di vasca non sono, in fondo, così rilevanti.

La vasca aperta, lo sappiamo bene noi irriducibili plantofili, ha il suo indubbio fascino, è un “contenitore” ridotto all’essenziale, che può essere ammirato praticamente da ogni lato, ivi compreso quello superiore, senza contare l’innegabile fascino del fogliame che fa capolino dalla superficie dell’acqua. E’ una vasca che, essendo priva di copertura, può essere illuminata con differenti tipologie di lampade (le HQI o le HQL sono improponibili in vasche chiuse).

C’è tuttavia una sorta di “protocollo formale” nelle vasche olandesi: sono quasi sempre chiuse, effetto forse di un retaggio culturale che le ha sempre concepite in questo modo.

Anche la vasca che presento in questo articolo è chiusa, priva di filtro interno ed illuminata con 2 lampade t5 da 39 w (Philips TLD 865) ed in tutta onestà, pur essendo un grande estimatore dell’acquario aperto, devo ammettere che questo acquario non mi fa rimpiangere l’assenza dello spazio aperto sopra la vasca. In qualche maniera credo che l’olandese necessiti di una cornice, che, in altri termini, abbia bisogno di essere “contenuto”, a differenza forse della vasca ZEN in cui spazio e tempo non tollerano di essere imbrigliati all'interno di un contenitore.

 

Il substrato e la fertilizzazione

Concludo questa mia presentazione con alcuni richiami sul substrato  e sul programma di fertilizzazione impiegato, ribadendo, ove ce ne fosse bisogno, che le mie sono solo indicazioni e ciò che leggete è solo il reportage di quanto ho potuto sperimentare direttamente con i miei acquari. Ogni lettore avrà quindi ampia possibilità di scelta differente rispetto a quanto da me riportato, secondo la propria esperienza e necessità.

In merito al substrato preferisco optare per fondi tendenzialmente privi di componente organica (substrati fertili arricchiti con torbe o ligniti) e/o terre allofane.

La scelta è sostanzialmente di ordine pratico, anche se in essa si nasconde probabilmente una mia ormai consolidata fiducia verso fondi immediatamente stabili ed inerti.

In genere (i miei più affezionati lettori lo sapranno ormai molto bene) prefesico l’ormai famosa Flourite di Seachem, mischiata con gravelit o, come nella vasca fotografata, miscelata con un mix in parti uguali di sabbia fine, gravelit e quarzo rosa a grana media.

La scelta nasce quindi dall’esigenza di limitare allo stretto indispensabile la presenza di componente organica, sia per ragioni estetiche (non essendoci prato non avrebbe senso impiegare terre allofane), che pratiche (un fondo tendenzialmente inerte è più facilmente gestibile anche durante le operazioni di routine). C’è, infine l’aspetto che forse più di ogni altro mi ha indotto in questa scelta e che dipende dal regime di fertilizzazione impiegato, un regime che prevede sostanzialmente nutrienti in forma liquida e, solo occasionalmente (in relazione alla specie di pianta) a lenta cessione.

Ciò che più di tutto mi preme ottenere è la stabilità del substrato, da un lato, e la copiosa produzione di radici capillari, dall’altro (il gravelit e la Flourite sono imbattibili in tal senso).

La massa vegetale ospitata in una vasca olandese richiede una frequente somministrazione di nutrienti: le rosse devono essere mantenute tali e le verdi devono poter competere in bellezza con le prime. La pianificazione tradizionale del programma di fertilizzazione è l’ormai collaudatissima linea Flourish, impiegata però con alcune  modifiche rispetto a quanto indicato dalla casa produttrice. La presenza di tante piante richiede continue somministrazioni di microelementi, ferro in special modo, ed un compendio di potassio somministrato più volte durante la settimana.

Come mia abitudine non somministro azoto e fosforo.

 

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